Intervista agli Ensoph

a cura di Psychotron

“Gloomy avantgardisme for a de-generation wasted” è lo slogan che caratterizza questa band italiana di razza. Estro, provocazione, azzardo, irrequietezza, convinzione, efficacia; in poche parole il nuovo “Projekt X-Katon” (già recensito su queste pagine). I nostri si dicono costantemente alla ricerca della interpretazione delle ansietà dell’odierna società, una mistura di futurabilia, esoterismo, filosofia, letteratura apocrifa e teologia tragica. Siete pronti ai moderni neurodeliri degli Ensoph? Per scoprirlo leggete le parole di Xenos, batterista della band!

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- Salve ragazzi, sono lieto di ospitarvi su Stereo Invaders. Ho recensito il vostro nuovo lavoro “Project X-Katon” e come voi stessi potete vedere l’ho molto apprezzato. Quindi grazie ancora di essere qui.
Come sta andando il nuovo album a livello di responsi da parte degli addetti ai lavori e del pubblico?

- Il disco sta andando bene, sia sotto il profilo delle vendite che della critica. In genere viene rilevata una maturazione compositiva e tecnica rispetto gli album precedenti, e una produzione ben più adeguata. Noi abbiamo fatto del nostro meglio, ora PXK è in mano vostra: crescerà da solo e avrà la sua storia.

 

- Apprezzamenti oltre i confini nazionali?

- In genere otteniamo maggiori responsi all’estero che in Italia; basti pensare, ad esempio, che PXK è distribuito e targato Plastic Head in Inghilterra per capire con che realtà siamo chiamati a confrontarci al di là delle frontiere. Oltre confine certe categorie e certi steccati mentali non sono così diffusi come in Italia. Il fatto di provenire dall’Italia, nella nostra terra, crea un certo distacco tra l’ascoltatore e la musica, che viene immediatamente etichettata come italiana, cosa che non avviene all’estero, dove il nostro disco arriva fresco nelle mani di chi lo recensisce esattamente come un qualsiasi altro lavoro. Bisogna in genere scrollarsi di dosso, in Italia, l’etichetta di gruppo italiano (se capisci che cosa intendo), il che è piuttosto irritante; la gente non si rende conto che il dato anagrafico è una pura contingenza in fatto d’arte.

 

- Vi va di descrivere il nuovo “Project X-Katon” a chi ancora non lo avesse ascoltato? Cosa significa il titolo e di che temi vi siete occupati?

- Il suono PXK è una miscela di extreme metal, gothic, electro-industrial e sperimentazione varia, che tuttavia non sacrifica mai la musica alla pura ricerca. Credo sia questo l’effetto spiazzante che la gente dichiara così spesso di avvertire ascoltandoci: le nostre sono canzoni nel vero senso della parola, con strutture e melodie assimilabili, eppure alla base vi è una ricerca di suoni che le porta in direzioni assolutamente aliene. Per quanto riguarda il titolo, ESCHATON in greco significa fine. Il tema del disco è appunto la fine, approcciata sotto molteplici aspetti e culture. Colgo l’occasione per chiarire un punto.
Molti si sono interrogati su questo uso smodato di X e K che abbiamo fatto nelle liriche e nei nostri nomi, reinventando la scrittura di molti termini. Non si tratta, come si potrebbe supporre, di banali esigenze di slang; a chi cercasse una risposta invito a interrogarsi sul significato esoterico di queste due lettere.

 

- Con “Project X-Katon” quali sono a vostro avviso le principali differenze rispetto al passato?

- Una maggiore coesione stilistica, una tecnica esecutiva migliorata, una produzione finalmente all’altezza. Un generale miglioramento sotto tutti i fronti, a parer mio.

- Come è nata la collaborazione con Steve Sylvester in occasione della cover dei Soft Cell “Sex Dwarf”?

- Sulla scia dei concerti fatti assieme Steve si è dimostrato molto interessato al gruppo e alla nostra ricerca musicale. Da lì è partita l’idea del fare qualcosa assieme, che poi ha assunto la forma scherzosa e irriverente del “The Seductive Dwarf EP”. Si tratta di un piccolo tributo a questa esperienza che ha unito le due band, forse l’inizio di una collaborazione più assidua…

- Ho avuto l’opportunità di assistere ad una vostra esibizione live a Prato lo scorso dicembre, di supporto proprio ai Death SS. Di qua dal palco si è trattato di un ottima serata e di un bellissimo concerto. Voi cosa ricordate di quella sera?

- Ricordo che sono impazzito con il drumkit di Ross (Lukather, batterista dei Death SS – nda), che è una struttura gigantesca, e siccome abbiamo montato un’unica backline, ho suonato con il suo set senza modificarne una virgola… Un incubo.
Ricordo inoltre l’incredibile sbornia nel dopoconcerto, una cosa mai vista, entrata realmente negli annali degli Ensoph. C’era realmente moltissima gente, è stata una delle migliori date dell’intero tour.

 

- L’ aspetto scenico durante le vostre esibizioni mi pare rivesta una certa importanza. Vi va di spendere due parole a riguardo? Quali volontà e desideri si celano dietro ai vostri “costumi”?

- Essenzialmente il bisogno di dare una degna cornice alla nostra musica dal vivo. Non potremmo ricreare la giusta atmosfera per una proposta così “weird” senza ricorrere a una certa componente scenografica. Lo abbiamo sempre fatto, anche se modificando il tiro a secondo della proposta che via via si inoltrava. Inoltre per noi, oggi, è divenuto un autentico divertimento: siamo sempre alla ricerca di componenti nuovi da inserire nel nostro progetto visuale. Siamo dei veri fanatici della customizzazione.

 

- Avete in programma delle date live in questi giorni in giro per l’Italia?

- La prossima data è in quel di Pordenone. Consiglio a tutti di tenere d’occhio il sito (www.ensoph.it) per ogni aggiornamento live. Comunque siamo sempre in giro, ogni volta che ne abbiamo l’occasione. Se volete sentirci live non avete che da contattarci, per un buon palco andremmo in capo al mondo…

 

- L’iconografia della copertina di “Project X-Katon” mi è sembrata rimandare con molta precisione ai mostruosi ferri ginecologici creati da Cronenberg per il film “Inseparabili” (“Dead Ringers” – 1988) con Jeremy Irons .... ci ho preso?

- Sì, anche se indirettamente. Il film che citi è un autentico capolavoro nell’evocare quel timore e quell’orrore per la tecnica che proprio nello strumento chirurgico ha una rappresentazione particolarmente congeniale, in quanto tramite dell’incontro tra ferro e carne, tecnologia e vita. In questo senso, noi e Cronenberg utilizziamo una simbologia affine, anche se i suoi aggeggi customizzati, con quelle forme incredibili, così simili ad insetti (ancora vita e tecnologia fuse assieme) sono di una potenza iconografica irraggiungibile. I nostri sono comunissimi strumenti chirurgici, quali quelli che potresti trovare da un qualsiasi dentista.

 

- Cosa vi piace ascoltare attualmente? Quali sono i vostri cosiddetti “artisti preferiti” o le principali influenze per quanto riguarda il songwriting?

- Come ripeto sovente a questa domanda, le nostre influenze sono troppo numerose per essere citate. Abbiamo tutti ascolti molto diversi, che vanno dal prog al rock, dal folk all’elettronica, passando per il dark, il gothic, l’EBM, e chi più ne ha più ne metta. . Io per esempio sono un fanatico dell’industrial-noise, del dark ambient e della scena marziale/esoterica, ma sono in netta minoranza nella band. Credo che pure la merda che passa per la radio o MTV giochi un certo ruolo nel nostro modo di comporre, dal momento che assimiliamo qualsiasi cosa ci passi attraverso e lasci un segno, anche se sotto il profilo del rifiuto. Se devo fare dei nomi che hanno segnato un ruolo determinante nel nostro modo di concepire la musica, posso dire Das Ich, Sopor Aeternus, Tiamat e Carcass.

 

- Che opinione avete della odierna scena italiana?

- Non amo ragionare per scene, soprattutto su base geografica. L’idea di scena è molto vicina a quella di massa, e bisognerebbe liberarsene. In Italia ci sono delle band incredibili con cui abbiamo stretto degli ottimi rapporti di amicizia, quali ad esempio Novembre e Handful Of Hate, oltre che ovviamente i già citati Death SS, ma anche molta mediocrità, campanilismo, dilettantismo, sia in chi suona che negli addetti ai lavori. Fare di tutt’erba un fascio non gioverebbe di certo alle straordinarie punte artistiche del nostro paese, né alla gente seria che è costretta a convivere con quanto di sgradevole si incontra ogni giorno.

 

- Sull’album compare una voce femminile che però non mi pare di aver messo bene a fuoco sul sito (tranne che in alcune foto). Ci dite qualcosa di più a riguardo?

- Ti sbagli, quella che vedi sul sito è Anna, la nostra ex-flautista. La meravigliosa voce che senti nel disco è quella di Antonella degli Scarecrown, una interessantissima band emergente che non tarderà a farsi conoscere per quel che vale. Gli Scarecrown sono dei buoni amici con cui di frequente condividiamo il palco, propongono un suono molto moderno, una sorta di versione più pesante dei Lacuna Coil (spero che il paragone sia loro gradito). Li abbiamo conosciuti mentre eravamo in studio, ci siamo innamorati della voce della loro cantante e le abbiamo chiesto di dare un contributo alla fine del mondo…

 

- Andreste mai ad una manifestazione canora simil Festival di Sanremo se ve ne fosse data l’opportunità (.....sai che spettacolo!)?

- Perché no? Sarebbe un straordinaria occasione di diffondere la malattia…

 

- L’angolo dell’umiltà: principale pregio e difetto degli Ensoph?

- Pregio: l’adattabilità, la capacità di sapersi aggiustare in qualsiasi situazione.
Difetto: l’irrequietezza, uno dei volti della nostra ansiosa insicurezza.

 

- Ok, concludete a vostro piacere questa chiacchierata ....

- “Sia benedetto il Giorno dell’Ira, perché il male rinnega il rimedio”
Ringrazio tutti per l’attenzione, arrivare alla fine mette sempre una certa inquietudine…

 

- Grazie mille della disponibilità e del tempo che vi abbiamo rubato. Speriamo di sentirvi e vedervi presto, magari nuovamente su questa webzine. A presto e un grosso in bocca al lupo per tutto!