presto ballet - the lost art of time travel

BAND: Presto Ballet
TITOLO: The Lost Art Of Time Travel
ETICHETTA: ProgRock Records
ANNO: 2008
GENERE: progressive rock
NAZIONALITÀ: U.S.A.
DURATA: 60 minuti
CONTATTI: www.prestoballet.com

RECENSIONE:
Mentre i Genesis si riuniscono e vanno in giro per il mondo a suonare le loro canzoncine pop, e gli Yes che non azzeccano più un album, ma per lo meno dal vivo ripropongono sempre i loro successi degli anni ’70, il più bel disco di rock progressive dell’ultimo decennio doveva venire dal mastermind dei Metal Church! Ebbene si, Kurt Vanderhoof, fonda i Presto Ballet nel 2004, con i bandmates presenti nel suo progetto Vanderhoof, e nel 2005 rilascia il bellissimo “Peace Amog The Ruins”, che subito fa breccia nei puri cuori progressive di chi come me è vissuto a pane e Genesis; ma non sazio di questo, ecco arrivare questo “The Lost Art Of Time Travel”, capolavoro assoluto che reclama di diritto un posto nell’Olimpo progressive. Dico questo perché queste bellissime, classiche, melodiche composizioni sapranno soddisfare i vecchi palati ed i nuovi adepti figli dei Dream Theater; nel descrivere questo disco però è impossibile non fare riferimento a band come Genesis, Yes, Rush e Kansas, ma badate bene a non confondere copiare con celebrare, perché qui si ripercorrono i fasti dei gruppi sopraccitati, prendendo le peculiarità di ognuno e mixandole insieme, regalando momenti di pura estasi sonora. Vi giuro, verrete sopraffatti da quintali di note suonati da mellotron, hammond, chitarre acustiche, e da cambi di tempo repentini che caratterizzano gli arrangiamenti complessi ma molto melodici. Ogni pezzo è monumentale e grazie alla splendida voce di Scott Albright veniamo catturati dalle splendide melodie, e che dire delle tastiere suonate eccellentemente da Ryan McPherson e da Kurt stesso, e della sezione ritmica formata da Israel Rehaume al basso e da Bill Raymond alla batteria. Si respira aria di Kansas per quanto riguarda la linea vocale e di Rush invece per la superba sezione ritmica, nella meravigliosa opener “The Mind Machine” che contiene una parte strumentale devastante ricca di variazioni di tempo. “Thieves” apre con un ritmo sincopato, in stile Yes, grazie anche alla familiarità della voce di Scott con Jon Anderson ed al suono del basso simile a quello di Chris Squire, e grandiose sono le trovate strumentali che si intrecciano per tutto il pezzo. La piccola “You’re Alive” è una bellissima fusione tra chitarre acustiche, grandi armonie vocali in onore agli Yes, e chorus da cantare tutti insieme, ma l’imponente “One Tragedy At A Time”, song di 14 minuti, che riprende ancora l’intrecci vocali cari agli Yes, vale da sola l’acquisto del CD. Magnifica, mastodontica, con un grande lavoro di tastiere, organo hammond su tutti, ed una sezione ritmica killer. La coppia di chitarre acustiche della ditta Hackett/Rutherford, viene fuori in “I’m Not Blind”, che sorprende per la bellezza del suo chorus. Un po’ di hard rock alla Kansas lo troviamo in “Easy Tomorrow”, con le chitarre ed il piano in evidenza, ed ancora l’hammod che fa da protagonista. Il compito di chiudere questo capolavoro spetta a “Haze”, vero e proprio tributo ai Genesis, con quelle chitarre liquide e quel mellotron che tanto mi fecero sognare anni addietro. Ora vi lascio con un ultima riflessione. Kurt Vanderhoof è un genio, e lo testimoniano anche i lavori dei Metal Church che vanno dal 1985 al 1994, ed ora capisco anche perché quei CD sono delle pietre miliari, visto il background di Kurt.

VOTO: 10

(Smaz)