GODS OF METAL 2005
- Primo Giorno, 11/06/2005, Arena Parco Nord, Bologna -
REPORT:
L'avevo atteso a lungo, non posso negarlo. Non capita spesso di assistere a concerti di queste proporzioni, con così tanti nomi importanti ad lì esibirsi l'uno dietro l'altro, tutti lo stesso giorno, 12 intense ore di storia dell'heavy metal tutte di fila, una lunga festa per gli amanti del metallo!
Il menu della prima giornata, l'unica che ahimé sono riuscito a vedere, consisteva in
IRON MAIDEN
SLAYER
LACUNA COIL
OBITUARY
STRAPPING YOUNG LAD
DRAGONFORCE
MASTODON
MUDVAYNE
EVERGREY
Da leccarsi i baffi, insomma!
Teatro della manifestazione l'arena Parco Nord a Bologna: un palco enorme con un grande spiazzo davanti, delimitato da una collina e cosparso qua e là di bancarelle dove in vendita si potevano trovare i soliti gadget da concerto, oltre ovviamente a chioschi dove comprare cibarie e bevande a prezzi assurdi, come giustamente vuole la tradizione.
Faccio appena in tempo a varcare il cancello per assistere allo show del simpatico Frate Rock, padrino dell'evento che ha intrattenuto la platea con un “inno al metallo” (un po' ridicolo, a onor del vero) coniato apposta per il Gods of Metal, nel tentativo di coinvolgere un po' il pubblico in attesa dell'inizio delle esibizioni.
Il tempo è clemente, soleggiato sì ma non eccessivamente caldo, l'ideale per godersi un bel concertone come questo: verso le 11 salgono sul palco gli svedesi Evergrey e le danze si aprono!
Il gruppo ha l'ingrato compito di cominciare a scaldare l'ambiente, e forse il loro progressive metal a tinte prog non è proprio l'ideale. Complice ovviamente un suono assai lontano dalla perfezione, vengono ignorati da buona parte del pubblico (che a dire il vero per la maggior parte doveva ancora entrare) nonostante comunque una prestazione niente affatto malvagia, con una potenza che andava mano a mano a salire durante il breve tempo messo loro a disposizione.
Tutto sommato niente di particolarmente originale, ma suonato con notevole maestria e complessivamente piacevole, sfoderando in alcuni tratti una notevole dose di aggressività, dote che forse non immediatamente verrebbe in mente di collegare ad un gruppo così dedicato ad atmosfere malinconiche e trasognate.
Terminata la mezz'ora a loro disposizione, gli Evergrey salutano cordialmente il pubblico italiano, dando appuntamento al prossimo tour mondiale. A presto!
E' il turno adesso dei Mudvayne, formazione americana dedita a sonorità comunemente definite crossover/newmetal, una band forse non perfettamente integrata in un simile contesto ma che ad ogni modo aveva tutte le credenziali per fare una buona figura. Purtroppo però non bastano il cantato tiratissimo (quasi death metal), una discreta presenza scenica (il bassista correva in su e in giù per il palco, con movenze alla Angus Young) e una qualità dei brani davvero buona per smuovere il pubblico dell'arena: tra lo scarso interesse nei loro confronti, i suoni non eccelsi e l'orario ancora che non consentiva loro adeguata visibilità, i Mudvayne non riescono a catturare sufficientemente l'attenzione generale, e la loro prova viene archiviata senza particolari degni di nota.
Questo Gods per adesso stenta a decollare, anche se adesso l'arena inizia a riempirsi, e la collina è già piena di gente che si prepara per i concerti che seguiranno…
Arrivano, dopo un soundcheck abbastanza prolungato, i Mastodon, interessantissima band che con il suo ultimo eccellente disco “Leviathan” ha fatto gridare al miracolo buona parte della stampa specializzata, fornendo indiscutibilmente un ottimo lavoro di thrashcore moderno e potente, che si preannuncia decisamente promettente in fase live… ed effettivamente è così: i 4 americani partono a mille con la loro “Iron Tusk”, uno dei punti di forza del loro ultimo album, e la folla attratta dalla potenza sprigionata inizia ad avvicinarsi al palco, tanto che possiamo effettivamente definirli come il primo gruppo che abbia lasciato il segno di questa giornata. Precisi, simpatici con il pubblico, perfetti nell'esecuzione e tecnicamente ineccepibili (favoloso il batterista Brann Dailor!), una prova ottima la loro, con una scaletta che pesca anche qualche brano dai precedenti lavori, sconosciuti a dire il vero alla maggior parte dei presenti ma capaci di fare comunque la loro bella figura! Chiudono il tempo a loro disposizione con l'opener di Leviathan, “Blood and Thunder”, probabilmente la loro canzone più conosciuta, lasciando un'ottima impressione, che non è riuscita a tramutarsi in esaltazione solo perché, ancora, i suoni non si sono rivelati all'altezza…
Il sole è al suo picco, la fame inizia a farsi un po' sentire, e chi arriva sul palco? Ma i Dragonforce! Perfetti! Non sono certo la persona più adatta per giudicare un gruppo del genere, visto che la loro proposta musicale mi risulta indigesta, e mi perdonino coloro che, in questa pagina volevano trovare anche un resoconto della loro esibizione, ma il sottoscritto ha colto al volo l'occasione per sedersi sulla collinetta a ristorarsi per un po', e perciò le mie osservazioni saranno relative soltanto ai brevi scampoli di concerto che sono riuscito a vedere tra un morso e l'altro dei miei panini (portati da casa, naturalmente, perché i prezzi all'interno dell'arena erano alti fino al ridicolo): il loro è “power metal sinfonico estremo”, come amano definirlo per via della velocità impressionante dei loro assoli ed in generale per la loro tecnica che effettivamente è decisamente al di sopra della media. Personalmente non amo questo tipo di musica, i loro famigerati assoli interminabili mi risultavano davvero fastidiosi, così come i cori infilati qua e là in ogni canzone, ma devo ammettere che per gli appassionati del genere la loro deve essere stata una prova coi controfiocchi: hanno riproposto quasi tutti i classici in maniera impeccabile, mostrando anche di divertirsi mentre divertivano il pubblico con la loro vivacità, che naturalmente rispondeva con calore! Presenza scenica ottima e altrettanto soddisfacente il responso degli astanti, chi era interessato all'esibizione dei Dragonforce non ne è rimasto deluso, stando anche alle testimonianze che sono riuscito a raccogliere. Per gli altri… beh, un ottimo momento per riposarsi un po', cosa che non guasta mai J Unica pecca, udite udite, i suoni…
La situazione comincia a farsi sempre più interessante, visto che stanno per scendere in campo i nomi grossi…
Sono circa le 3 e mezzo, quando ecco che sul palco compare un personaggio assai pittoresco: una bella pelata fa mostra di se sulla sua testa, però è circondata sui lati da una lunga capigliatura rossiccia che incornicia le espressioni di volto degno di una persona decisamente schizoide (o che almeno tale vuole apparire)… Signore e signori il frontman degli Strapping Young Lad, al secolo messer Devin Townsend, accompagnato dalla sua cricca di musicisti lungocriniti e baffuti, con una sezione ritmica decisamente over-size!
Ma, se la prima cosa a colpire di questi ragazzoni è l'aspetto esteriore, già dai primi suoni che fuoriescono dagli amplificatori l'attenzione degli astanti si catalizza improvvisamente verso il massacro sonoro che costoro sono in grado di perpetrare! Volgarmente detta industrial metal, la proposta degli Stapping Young Lad è quantomeno di difficile catalogazione… Musica estremamente aggressiva, con notevoli influenze thrash e death ma anche elettroniche, che vengono riproposte live in maniera davvero impeccabile; e se magari ai membri della band si può imputare la “colpa” di una staticità un po' eccessiva, non altrettanto si può dire del chitarrista-cantante Devin, vero dominatore della scena con le sue smorfie e i suoi ghigni diabolici, oltre che naturalmente con la sua voce, tiratissima e estremamente espressiva. La scaletta naturalmente pesca a piene mani dall'ultimo lavoro del gruppo, “Alien”, non disdegnando però numerose incursioni nel passato come ad esempio la travolgente triade “Velvet Kevorkian”-“All Hail the New Flesh”-“Oh My Fucking God” o la spettacolare “Detox”, scelta come brano d'addio al pubblico bolognese, che risponde con entusiasmo al violentissimo assalto sonoro di Devin e soci. Degno di menzione il lavoro terrificante del colossale Gene Hoglan, una bestia dietro le pelli, potentissimo e precisissimo, degno della sua enorme fama ( e mole!!! ). Putroppo, ancora da registrare l'inadeguatezza dei suoni…
E adesso Obituary! C'era molta attesa per loro, dopo tanto tempo lontano dalle scene; un gran gruppo, in giro per il mondo a festeggiare i suoi 20 anni di death metal puro e devastante come pochi altri… Arrivano e senza troppi fronzoli si mettono subito a lavoro macinando riff micidiali uno dietro l'altro, con pochissimi istanti di pausa. Tutta la discografia della band floridiana viene riproposta nei suoi classici più celebri, da “Chopped in Half” a “Cause of Death” chiudendo la celebre “Slowly We Rot”, con una scaletta praticamente identica a quella del loro live “Dead”, eccezion fatta per qualche esclusione (tra le quali “Don't Care”) dovuta al tempo a disposizione inevitabilmente ridotto. Tanta esperienza, ecco cosa hanno in più degli altri i 5 floridiani, e si vede da come stanno sul palco, dal rapporto col pubblico, dalla bolgia che riescono a scatenare nella folla, formidabili! Tra i migliori di tutto il Gods, senza dubbio, sebbene la loro potenza annichilente sia stata, ahinoi!, un po' troppo mitigata dai suoni scadenti che, come ormai avrete ben capito, sono stati il tallone d'Achille di questo concerto.
Ancora un po' spossato dall'uragano proveniente dalla Florida, mi prendo qualche attimo di riposo sulla collinetta, ma mi rammento che di lì a poco, allo stand di Metal Hammer, faranno la loro visita proprio i colpevoli della carneficina appena terminata e a malincuore decido di sacrificare i Lacuna Coil per tentare l'impresa di scambiare due chiacchiere proprio con gli Obituary. La folla è numerosa, ma loro si rivelano disponibili e cordiali con tutti, pronti a farsi fotografare con chiunque e a firmare autografi in quantità, ridendo e scherzando in continuazione, probabilmente anche a causa dell'ingente quantità di alcol che transitava nel loro sangue in quel momento! Purtroppo per questo motivo mi sono perso la quasi totalità dell'esibizione dei Lacuna Coil, che per quanto ho potuto vedere si sono comportati abbastanza bene, riproponendo come prevedibile una gran quantità di brani dall'ultimo “Comalies” non disdegnando naturalmente i classici come “Senzafine”… Una buona prestazione, insomma, anche se probabilmente sentivano il peso della posizione di assoluto rilievo che l'organizzazione aveva loro assegnato, subito prima di due mostri sacri dell'heavy come Slayer e Iron Maiden, forse un po' eccessiva considerando anche il livello delle altre band della manifestazione. Purtroppo è da segnalare la presenza dei soliti imbecilli che come sempre manifestano il proprio dissenso nei confronti del gruppo che sta suonando in maniera stupidamente incivile, ovvero con il lancio di bottigliette, triste rituale che si ripete ogni anno verso coloro che qualcuno evidentemente reputa non degni di calcare il sacro palco del metallo. Ma per piacere…
Ed eccoci arrivati al momento che più attendevo: gli Slayer!! Trepidante, do un'occhiata all'arena e il colpo d'occhio è notevole: è gremita praticamente ovunque (addirittura c'era qualcuno appollaiato sulle torrette!), e davvero si fa fatica a muoversi, da quanta gente c'è… Purtroppo, a causa di ciò, non sono riuscito a trovare una posizione decente e mi son dovuto accontentare di godermi il concerto a notevole distanza dal palco, e quindi la parte visiva dell'esibizione mi è quasi completamente sfuggita: una prova del successo della manifestazione, però! I 4 americani arrivano sul palco e senza farsi pregare danno inizio alle danze: “Disciple”, dall'ultimo disco “God Hates Us All”, è il loro biglietto di presentazione, ma… dove è finito il volume?!? Sì, perché, se lo si poteva accettare per i primi gruppi, ora che siamo arrivati al momento clou della giornata non si può proprio tollerare il fatto che addirittura gli Slayer vengano fatti suonare a volumi praticamente inascoltabili! Comunque ad onor del vero va pure aggiunto che Tom Araya e compari non paiono molto in forma, sembrano quasi mosci, un po' svogliati, quasi lo facciano solo per contratto, e la prestazione ne risente. La scaletta è ottima, con brani tratti qua e là da tutti i lavori della band, ma almeno per le prime battute il risultato è al di sotto delle aspettative; pezzi devastanti come “War Ensemble” o “Stain of Mind” non sembrano rendere quanto potrebbero, fino a quando il gruppo non decide di darsi una svegliata tirando fuori la grinta che li ha portati dove sono ora: “Dead Skin Mask”, “South of Heaven”, “Chemical Warfare” e gli altri inossidabili capolavori prodotti da quella macchina da guerra sporca di sangue che ha il nome di Slayer infiammano l'arena, e finalmente lo show decolla! Un inferno in terra si scatena sulle note della leggendaria “Raining Blood”, e altrettanto accade quando dalle chitarre della coppia Hanneman-King attaccano la sempiterna “Angel of Death”, degna chiusura di una prestazione che da mezza delusione si è invece rivelata ottima! Una nota negativa (oltre alla consueta questione sonora, qui davvero irritante!) il polverone che si è sollevato nei momenti più concitati, rendendo l'aria praticamente irrespirabile: forse una scelta più oculata del terreno sul quale far zompettare le migliaia di metallari giunti qui a divertirsi avrebbe reso i nostri polmoni un po' più riconoscenti nei confronti dell'organizzazione… Ma sono inezie, dopotutto, si sta avvicinando il gran finale!
Le tenebre si impossessano definitivamente del cielo, e poco a poco sul palco va costruendosi la struttura che farà da scenario all'esibizione principale della giornata… Un paio di lampioni giganti, diverse pedane, alcuni pannelli con immagini relative ai loro primi dischi: questa è l'attrezzatura visiva che i Maiden decidono di utilizzare per il proprio show, che come annunciato, è esclusivamente incentrato sui primi 4 lavori del gruppo: “Iron Maiden”, “Killers”, “The Number of the Beast” e “Piece of Mind” . L'inizio è affidato alla registrazione della breve strumentale “Ides of March”, che prelude “Murders in the Rue Morgue”, prima canzone che i nostri eroi decidono di suonare. E' sorprendente come ancora a 50 anni suonati questi 6 inglesoni riescano a trovare tutta questa vitalità ed energia (chi più e chi meno, ovviamente) sul palco: scherzano, si rincorrono, divertono il pubblico… In particolare Bruce Dickinson è impressionante: salta su e giù come un ragazzino, domina senza problemi i 35000 giunti sul posto per vederli e riesce a non deludere davvero nessuno, il tutto fornendo una prova vocale eccezionale! La folla è tutta per loro, e lo spettacolo si trasforma in una festa! Uno dietro l'altro scorrono brani tutti d'età non inferiore a 20 anni ma che riproposti dal vivo acquistano una seconda giovinezza: “Remember Tomorrow”, “Revelations”, “The Trooper” (con un Bruce fenomenale in divisa da soldato britannico a correre su per le pedane), le straclassicissime “The Number of the Beast” e “Run to the Hills”, le immancabili “Hallowed Be Thy Name” e “Iron Maiden”, un'esaltazione generale coinvolge tutti i presenti, dal ragazzino quindicenne che ha appena comprato il suo primo disco metal al vecchio rocker di lunga data che ormai ha visto più volte i Maiden di sua madre… E a fianco di queste hit leggendarie brillano di luce propria anche i piccoli gioellini che non vengono sempre riproposti nei live: canzoni come “Drifter”, “Another Life”, “Die With Your Boots On”, fanno la felicità dei maidenofili più accaniti, controbilanciando la delusione di coloro che si aspettavano anche qualcosina di più recente, ignari delle intenzioni di Steve Harris e soci riguardo a questo tour. Poco male, gli Iron Maiden sono davvero in forma, e sicuramente gli altri lavori troveranno spazio nei futuri concerti. Intanto, siamo giunti al termine del Gods, dopo una lunghissima versione di “Running Free”, dove Bruce gioca a far cantare il pubblico (esattamente come su “Live after Death”, a dire il vero), “Sanctuary” saluta definitivamente il popolo dei maideniani bolognesi, lasciando tutti comprensibilmente soddisfatti, questa volta anche dei suoni (finalmente!!!)
Tirando le somme, un ottimo Gods of Metal, quello del 2005, almeno per la giornata alla quale ho potuto assistere (mi dicono che il secondo giorno sia stato dominato dagli Anthrax, ma, ahimé, non ce l'ho proprio fatta ad esserci). Note negative non mancano, in primis la questione dei suoni che davvero ha segato le gambe a più di un gruppo, ma complessivamente non ho troppi rimpianti, e anche il prezzo del biglietto, seppur elevato (57.50 euro) alla fine ci poteva pur stare. D'accordo, l'organizzazione poteva essere migliore (gabinetti scandalosamente insufficienti, servizio ristorazione davvero inadeguato eccetera eccetera…) ma tutto sommato questo non ha impedito a chi voleva farlo di godersi una sana giornata di ottimo metallo, e ciò non è poco!
Appuntamento all'anno prossimo!!
(SilentWater)