SAXON
+ Masterplan + Hellfueled
- 16/04/2007 Viper Theatre (Firenze) -
REPORT:
Mi sono veramente rotto i testicoli dei bambini di 2 anni che, non appena sentono una canzone che per battute al minuto supera “Vamos A Bailar” di Paola e Chiara, scatenano il pogo onde attestare la loro devota affiliazione alla fratellanza metal.
Archiviato questo sfogo iniziale, mi dedico al report. Apertura cancelli ore 19:00, inizio concerto ore 20:00 ... non faccio in tempo ad entrare al Viper Theatre che, qualche minuto prima delle 20:00, gli svedesi Hellfueled stanno già dando ottima prova di sé sul palco. Tre album all’attivo e Zakk Wylde nel cuore. I ragazzi di Huskvarna inanellano una canzone dietro l’altra con molta energia ed umiltà, ed anche se la maggior parte dei presenti è qui per ben altro spettacolo, applausi convinti si levano al termine della esibizione degli Hellfueled.
Meno di 20 minuti ed è il turno dei Masterplan. La ruvidezza del rock lascia il posto all’eleganza aristocratica del sound dei tedeschi, capitanati da Mike DiMeo, sostituto d’eccellenza del norvegese Jorn Lande. La band strumentalmente è clamorosa, soprattutto pensando a quella divinità, in tutto è per tutto simile al dio Thor, che siede dietro le pelli e che risponde al nome di Mike Terrana (batterista per almeno altre 14 metal band). Il Circo Terrana è stato lo spettacolo nello spettacolo, non solo per la evidente bravura pirotecnica, ma anche per la divertente componente scenico-visuale che il navigato drummer è in grado di offrire durante i concerti. Dico solo che sbagliando un attacco ad inizio song, per eccesso di entusiasmo, ha “semplicemente” sfondato una cassa con un pugno di rabbia, imprecato per almeno 5 minuti e scagliato bacchette ovunque all’interno del club! Ottima prova dei Masteplan che personalmente non apprezzo troppo a causa della eccessiva levigatezza e pomposità delle composizioni. Ma è indubbio che dal vivo la band ci sappia fare, sia gradevolissima da seguire ed offra prestazioni di gran classe. Grapow, Eckert e compagnia hanno alternato rocciose speed songs (molto tastierose) a mid-tempos d’atmosfera, poggiando sulla invidiabile prestazione di DiMeo alle vocals (Riot, The Lizards). Il pubblico ha ampiamente gradito.
Intorno alle 21:30 circa l’intro di “State Of Grace” (uguale all’intro di “Lionheart”) annuncia i nonnetti della n.w.o.b.h.m. che, a scanso di equivoci, non hanno nulla da invidiare a tantissime giovani band nonostante l’età, che anzi definirei “esperienza” o se preferite “longevità”. Come sempre in casa Saxon la scaletta prevede l’alternarsi di brani tratti dall’ultimissimo album nei negozi ai classici consegnati alla storia.
Ed ecco quindi che da “The Inner Sanctum” gli albionici sciorinano “Let Me Feel Your Power”, “Red Star Falling”, “I’ve Got To Rock (To Stay Alive)”, “If I Was You”, “Attila The Hun”. Grazie a Dio arriva il momento anche per una tiratissima “Motorcycle Man”, per “Strong Arm Of The Law”, per i fulmini di “Heavy Metal Thunder”, per “Hell And Back Again”, “20,000 Ft”, “Princess Of The Night”, “Denim And Leather”, Wheels Of Steel”.
Biff ripete ad ogni show lo stesso spettacolino: la scaletta strappata a significare la priorità indiscutibile delle richieste dei fans (ed ecco arrivare “Crusader”); lo scherzetto con Paul Quinn che la band affettuosamente chiama ..... Paul Quinn (!); l’eterno amletico dilemma se sia preferibile una “fast song” o una “slow song”, eccetera. Il pubblico approva, e come potrebbe essere altrimenti; i Saxon per ogni buon metalkid sono membri di famiglia, zii e nonni che da sempre fanno parte del proprio nucleo familiare, eh eh! “The Inner Sanctum” è un onesto metal album, che non mi ha fatto gridare al miracolo, ma va detto che dal vivo ogni pezzo guadagna enormemente.
Per mia somma gioia la band esegue pure “Solid Ball Of Rock”, ed è un tripudio! Anche se purtroppo vengono trascurati ottimi album come “Forever Free” e “Unleash The Beast” (ma la discografia dei nostri è tale e tanta che non si può avere tutto dalla vita). Certo è che “Are We Travellers In Time”, estratto da “Metalhead”, mi lascia un po’ freddino, ma per fortuna ci pensa “Great White Buffalo” (da “Dogs Of War”) a pareggiare i conti. Lo show si chiude, bis compresi, con “Ahses To Ashes”, anthemica song contenuta in “The Inner Sanctum” fatta apposta per congedarsi dai presenti, per un totale di poco meno di due ore di concerto. Sempiterni Saxon!
(Psychotron)